AI
Google è davvero rimasta indietro nell'AI? Il problema è un altro
Si sente dire spesso che Google si sia fatta sorprendere dall'intelligenza artificiale, superata da chi è arrivato dopo. È una lettura comoda, ma sbagliata.

Si sente dire spesso che Google si sia fatta sorprendere dall'intelligenza artificiale, superata da chi è arrivato dopo. È una lettura comoda, ma sbagliata. Google nell'AI è fortissima, e il suo vero problema non è tecnologico: è che spingere sull'AI rischia di smontare proprio il modello di business che l'ha resa Google.
Partiamo dai numeri, perché raccontano una storia diversa dalla percezione. La nuova modalità di ricerca basata sull'AI, AI Mode, ha superato il miliardo di utenti al mese e gira sul modello Gemini 3.5 Flash, mentre i riassunti automatici in cima alla pagina, gli AI Overview, sono arrivati a oltre due miliardi e mezzo di persone. Non sono i numeri di un'azienda rimasta indietro.
C'è poi un terreno su cui Google è avanti e di cui si parla poco: i modelli che girano in locale, sul tuo dispositivo. Con la famiglia Gemma ha rilasciato modelli aperti, scaricabili e usabili liberamente anche a fini commerciali, abbastanza leggeri da funzionare offline su un telefono o su un piccolo computer, senza mandare niente sui server di nessuno. E con Gemini Nano porta l'AI direttamente dentro Android. È la stessa direzione del "modello che possiedi e ti gira in casa" di cui abbiamo parlato altre volte, e Google ci è dentro in pieno.
Allora da dove nasce l'idea che arranchi? Dal punto più scomodo, ed è qui che la storia diventa interessante. Per oltre vent'anni Google ha fatto una cosa sola, benissimo: stare in mezzo. Tu cerchi, lei ti mostra una lista di link, tu clicchi e vai sul sito di qualcun altro. Su quei clic, e sulla pubblicità che ci gira intorno, è costruito praticamente tutto il suo fatturato.
L'AI rompe questo meccanismo. Se la ricerca ti dà direttamente la risposta, sintetizzando lei i contenuti, tu non hai più bisogno di cliccare e andare altrove. E infatti succede: secondo una ricerca del Pew Research Center, davanti a una pagina con il riassunto AI gli utenti cliccano su un risultato tradizionale solo nell'8% dei casi, contro il 15% delle pagine senza. Per i siti che vivono di quel traffico è un colpo, e per Google è un paradosso: più la sua AI funziona bene, meno la gente clicca, e meno gira il motore che la fa guadagnare.
C'è poi il passo successivo, ancora più radicale. La ricerca sta diventando un agente: non più un elenco di link, ma qualcosa che decide, agisce e arriva a prenotare o comprare al posto tuo. Come esperienza è comodissimo, ma apre una domanda a cui nemmeno Google ha ancora risposto: dove la metti la pubblicità, dentro un agente che compra da solo? Un ristorante che l'agente prenota è sponsorizzato oppure no? Chi incassa quando la transazione la chiude la macchina? Sono soldi veri, e per ora il punto interrogativo resta.
Ecco perché parlare di Google "rimasta indietro" è fuorviante. Non è un problema di tecnologia, quella ce l'ha eccome. È il dilemma classico di chi domina un mercato: per vincere la partita nuova deve smontare quella vecchia, proprio quella che gli riempie le casse. Andare fino in fondo sull'AI significa, per Google, reinventare da capo il modo in cui guadagna.
La lezione, per chi guarda l'AI da fuori, è che a frenare anche il gigante più forte spesso non è la tecnologia che gli manca, ma il modello di business che ha già. Vale per Google come per qualsiasi azienda: la domanda non è solo cosa sa fare l'AI, ma cosa fa alla tua attività se la prendi sul serio.
Fonti: Google I/O 2026, tutti gli annunci · Google AI Mode e Gemini 3.5 Flash · Pew Research, i clic con gli AI Overview · Gemma 4, i modelli aperti di Google
Federico Modolo
Direttore Tecnico e co-fondatore di DF Solutions
Certificato Microsoft dal 2001, guida il team tecnico di DF Solutions dal 2014. Usa l'AI agentica ogni giorno per costruire software e automazioni in produzione, e tiene il corso di AI agentica per aziende.
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