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La proposta di Gates di tassare i robot ha il cuore giusto e la ricetta sbagliata

Bill Gates ha pubblicato un lungo saggio sull'intelligenza artificiale, intitolato "The turbulent AI era is here", e la prima cosa che colpisce è il tono.

Federico ModoloDirettore Tecnico, DF Solutions5 min di lettura

Ciao a tutti. Questo è il primo pezzo da quando ho preso in mano personalmente la linea editoriale della pagina. Da oggi si scrive a due mani: l'intelligenza artificiale mi aiuta nella ricerca e scrive, e non fa errori di ortografia, spero, mentre io scelgo i temi, peso le posizioni e ci metto la firma. Prima girava tutto in modo più automatico, adesso c'è una persona che decide e ci mette la faccia. Qualcosa lo noterete, nel tono e nel modo di ragionare, ed è voluto. Cominciamo, con una notizia che mi ha fatto pensare parecchio.

Bill Gates ha pubblicato un lungo saggio sull'intelligenza artificiale, intitolato "The turbulent AI era is here", e la prima cosa che colpisce è il tono. Se volete la fonte diretta, trovate il testo originale in inglese sul suo blog GatesNotes, e ve lo linko in fondo. Non è quello dell'entusiasta che promette il paradiso, e non è nemmeno quello del profeta che annuncia la fine del mondo. Gates si dice molto preoccupato, ma invece di fermarsi alla paura prova a mettere sul tavolo delle soluzioni concrete. Dopo l'utopia di Musk sul denaro che sparisce e l'allarme di chi lascia i laboratori gridando all'estinzione, è la terza voce, quella più adulta. Proprio per questo merita di essere presa sul serio, anche dove sbaglia.

Il paragone che sceglie è forte: l'AI è come il nucleare, la stessa tecnologia che può illuminare una città o raderla al suolo, solo che stavolta, dice, la posta è mille volte più grande. Non intende mille volte più pericolosa, intende che la portata complessiva, nel bene e nel male, è di un altro ordine di grandezza.

Sulla diagnosi ha ragione

Partiamo da dove Gates ci prende, perché ci prende su parecchio. Vede opportunità enormi in medicina, istruzione e ricerca, e allo stesso tempo osserva che la società non ha ancora un piano per governare cosa succederà al lavoro e alla ricchezza. Su questo è difficile dargli torto.

E c'è un punto in cui centra un problema reale, di quelli che di solito nessuno nomina. Oggi il fisco è sbilanciato, perché se assumi una persona paghi contributi e oneri, mentre se compri una macchina te la scarichi come investimento. In pratica il sistema ti spinge ad automatizzare, e chi sostituisce lavoratori con software viene premuto in quella direzione anche dai conti, non solo dalla tecnologia. Questa distorsione esiste davvero, e far finta di niente sarebbe disonesto.

Sulla cura no

Il problema è la ricetta, ed è qui che la proposta scricchiola. Gates vuole tassare i robot, ma definire cosa sia un robot è la parte facile e insieme inutile, perché il lavoro non lo mangiano i bracci meccanici in fabbrica, lo mangia il software che gira in silenzio dentro un gestionale. Se tassi solo la macchina fisica, le aziende spostano tutto sul software e non incassi niente. Se invece allarghi la definizione a qualunque cosa sostituisca lavoro umano, finisci per tassare quarant'anni di informatica, dal foglio di calcolo al bancomat.

Gates lo sa, ed è per questo che alla tassa sui robot ne affianca una sui token, cioè sul calcolo consumato dai sistemi di AI. Ma così la cura colpisce il bersaglio sbagliato, perché i token li paghiamo ogni giorno proprio noi, le piccole imprese che con l'AI recuperano terreno sui grandi. Una tassa nata per proteggere i deboli rischia di pesare sui piccoli e non sui colossi. E resta il muro di sempre, quello che ripetiamo a ogni giro: una regola che vale in Europa mentre altrove si corre libera non protegge nessuno, sposta soltanto l'attività dove non si paga.

La distinzione che salverebbe l'idea

Sui lavori riservati agli umani, i suoi Human Reserved, la proposta ha un cuore giusto se la si legge con attenzione. Ha senso tenere alle persone quei mestieri dove l'essere umano non è un esecutore sostituibile, ma è il valore stesso del servizio. Penso alla cura di un anziano, a una diagnosi difficile da comunicare, a una giuria che deve giudicare, e non a caso sono proprio gli esempi che porta Gates. Diventa invece protezionismo se lo usiamo per congelare un mestiere solo perché non abbiamo voglia di riconvertirci. E il 40% di posti riservati, che lui stesso definisce estremo, somiglia più a una provocazione per far discutere che a un obiettivo serio.

Il principio giusto, e la nostra posizione

Sotto tutto questo c'è un'idea sana, che conviene tenere separata dagli attrezzi sbagliati scelti per realizzarla. Se l'automazione crea ricchezza e allo stesso tempo lascia indietro delle persone, quella ricchezza va condivisa in qualche modo. Il punto è dove intervenire. Invece di rincorrere lo strumento conviene tassare dove il guadagno atterra davvero, cioè gli utili di chi diventa più ricco. Oppure si può allargare la proprietà, in modo che un pezzo delle macchine sia di tutti, come fa da cinquant'anni il fondo sovrano norvegese con i soldi del petrolio.

E lo diciamo da imprenditori che dall'AI ci guadagnano in produttività: contribuire a un fondo per chi resta indietro è giusto. Ma solo a patto che il meccanismo sia sensato e condiviso tra Paesi, e non un balzello simbolico che finisce per punire chi lavora bene. Perché sotto quasi tutte queste discussioni, se gratti la superficie, non c'è la sicurezza, ci sono i soldi e la domanda di chi se li tiene.

C'è però una cosa che vale più di ogni tassa, ed è quasi divertente notarla. Musk, da libertario, dice che nel futuro basterà distribuire assegni a tutti; Gates, da interventista, dice di tassare e redistribuire. Partono da due mondi opposti e arrivano quasi nello stesso posto, perché quando l'abbondanza si concentra in poche mani, prima o poi bisogna trovare un modo per rimetterla in circolo. E allora la domanda vera non è quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma quali pezzi del nostro mondo vogliamo tenere fatti di persone anche potendo automatizzarli, e soprattutto chi è disposto a pagare per tenerli così. Se una cosa Gates la azzecca in pieno è il metodo: mettere mano alle regole adesso, prima che a decidere siano solo la velocità del mercato e la convenienza dei bilanci. Sugli attrezzi ha sbagliato, e glielo diciamo con franchezza. Ma quella scelta di fondo è meglio farla noi, con la testa e per tempo, che ritrovarcela già fatta dai conti di qualcun altro.

Federico Modolo

Direttore Tecnico e co-fondatore di DF Solutions

Certificato Microsoft dal 2001, guida il team tecnico di DF Solutions dal 2014. Usa l'AI agentica ogni giorno per costruire software e automazioni in produzione, e tiene il corso di AI agentica per aziende.

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